Tarantismo: Dolore, danza e liberazione

Tarantismo: Dolore, danza e liberazione

Dal rito domestico al culto di Galatina, fino ai balli popolari che ancora oggi scacciano il male

Il tarantismo non è mai stato solo una danza, né un morso di ragno, né una superstizione da museo. È stato un modo per dare un nome al dolore quando nessuno lo ascoltava, un linguaggio che nasceva dal corpo perché la voce non bastava. Nel Sud Italia, per secoli, le persone hanno cercato di liberarsi da un male che non sapevano spiegare: in Basilicata, in Calabria, in Sicilia, a Taranto, a Napoli. Ovunque c’erano donne che tremavano, che cadevano, che si agitavano, e comunità che cercavano di aiutarle come potevano. Ma nessun luogo ha custodito questo fenomeno come Galatina, perché qui il tarantismo non è stato solo rito: è diventato culto.

Il rito era nelle case, nei cortili, nelle stanze calde d’estate. C’era il tamburello, c’era il violino, c’era il ritmo che cresceva e si spezzava, c’era il sudore, la fatica, la trance. C’erano i parenti che guardavano, i musicisti che provavano a trovare la cadenza giusta, la donna che si muoveva come se qualcosa dentro volesse uscire. Non era religione, non era spettacolo, non era terapia nel senso moderno. Era un tentativo umano, disperato, di liberare un dolore che non aveva nome. E non c’erano colori, non c’erano veli, non c’era cromoterapia o musicoterapia. C’era solo la necessità.

C’è un altro aspetto che vale la pena ricordare: la Chiesa non ha mai guardato con favore né il rito né il culto legato al tarantismo. Non amava le donne che si dimenavano, non amava il caos, non amava l’idea che un dolore così forte trovasse sfogo in una danza incontrollabile. Alcuni racconti dell’epoca dicono che quei movimenti venivano interpretati come qualcosa di sconveniente, quasi una forma di sensualità fuori posto, un corpo femminile che sfuggiva alle regole del decoro. Eppure la stessa arte sacra, nei secoli, ha rappresentato il nudo senza scandalo: il problema non era il corpo, ma il corpo che si muoveva libero, senza freni, senza obbedire a nessuno. Il tarantismo era troppo umano, troppo terreno, troppo vicino alla carne e troppo lontano dalla dottrina. Per questo la Chiesa lo ha tollerato, sopportato, ma mai davvero approvato. E forse proprio per questo è sopravvissuto così a lungo: perché apparteneva alla gente, non alle istituzioni.

Il culto invece era un’altra cosa. Era nella Cappella di San Paolo, un luogo piccolo, silenzioso, dove non entravano né tamburelli né violini. Qui la tarantata arrivava dopo giorni di crisi, accompagnata dalla famiglia, per chiedere la grazia. Beveva l’acqua del pozzo, toccava la grata, pregava. Era un gesto di fede, non di danza. Un atto religioso, non coreutico. E questa distinzione è fondamentale: la musica apparteneva al rito, non al culto. La cappella non ha mai ospitato danze. Il tamburello non è mai stato uno strumento sacro.

Galatina è diventata unica proprio per questo intreccio: un rito popolare che si concludeva in un culto religioso. Un dolore che trovava una strada, una forma, un luogo. E anche se le date non coincidono – San Paolo del primo secolo, la cappella del Seicento, la famiglia Farina dell’Ottocento – il racconto ha funzionato lo stesso. Perché non era un racconto da verificare: era un racconto da vivere.

Il tarantismo è sopravvissuto perché ha dato voce a chi non ne aveva. Ha dato un linguaggio al dolore. Ha dato un ruolo alla comunità. Ha dato dignità a una sofferenza che altrimenti sarebbe rimasta chiusa dentro. E tutto ciò che oggi vediamo – tamburelli miniatura, amuleti, nastri, gadget colorati – non appartiene al culto. Sono simboli moderni, portafortuna, richiami popolari all’idea antica di scacciare il male. Non hanno nulla a che fare con la cappella, con San Paolo, con la grazia. Sono memoria, non rito. Sono identità, non religione.

Il tarantismo è finito negli anni Settanta e Ottanta, quando la società è cambiata, quando le donne hanno iniziato ad avere voce, quando la medicina ha sostituito il simbolo. Ma non è morto. Si è trasformato. Oggi non restano solo documenti, fotografie, filmati o racconti degli anziani. Resta soprattutto la danza. Non quella dei palchi moderni, non quella spettacolarizzata, ma quella popolare, libera, istintiva, che nasce nelle piazze, nelle feste, nelle notti d’estate.

Quel ballo non è un rito, non è un culto, non è una terapia. È un’eredità emotiva. Un gesto antico che sopravvive nel corpo anche quando la mente non lo riconosce più. Ogni passo, ogni giro, ogni colpo di tacco è una liberazione. È un modo per scacciare il male, per buttare fuori ciò che pesa, per alleggerire il cuore. È un messaggio secolare che nessun compositore contemporaneo ha inventato: ballare per non soccombere, ballare per respirare, ballare per disintossicarsi.

Viviamo in un tempo che accumula tensioni, ansie, paure, tossine emotive. E il ballo popolare, quello vero, quello libero, quello che non chiede permesso, è un modo per dire al male: “Non mi prendi. Io ti scaccio.” Il tarantismo è finito, sì. Ma la sua lezione è ancora qui: il corpo sa liberarsi, se gli permetti di parlare.


Riferimenti Storici e Documentali

Interno Cappella di san Paolo

Per onore di cronaca e per fornire una corretta informazione, riportiamo di seguito i riferimenti storici e bibliografici che documentano la distinzione tra la terapia musicale domestica e il culto religioso nella Cappella di San Paolo:

  • XVII Secolo (metà del 1600): Il Vescovo di Otranto Monsignor Luigi Pappacoda, durante le sue visite pastorali, interviene ufficialmente per separare i comportamenti del folklore popolare (musica e balli) dalla sacralità dei luoghi di culto, ribadendo la natura puramente devozionale della Cappella.
  • 1741: Il medico Nicola Caputo pubblica il celebre trattato “De tarantulae anatome et morsu”. In questo documento scientifico viene già fatta netta distinzione tra la “cura” (la terapia musicale che avveniva a casa) e il pellegrinaggio alla Cappella di San Paolo per la grazia finale attraverso l’acqua del pozzo.
  • Fino al 1959: La Cappella di San Paolo rimane proprietà privata della famiglia Tondi. La gestione privata e aristocratica del luogo, unita alla sorveglianza ecclesiastica, garantiva che all’interno della struttura si svolgesse solo il rito dell’acqua e della preghiera, lontano dalle orchestre popolari di violini e tamburelli.
  • 28-30 Giugno 1959: L’etnologo Ernesto de Martino conduce la sua storica spedizione scientifica a Galatina. Nel suo capolavoro “La terra del rimorso”, conferma definitivamente che il rito coreutico-musicale era un fenomeno strettamente domestico, mentre la Cappella era il luogo della crisi religiosa e della purificazione.
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